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Il regno della paura della morte è prossimo alla fine (la Luce oltre la Soglia)

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"Conoscerete la verità, e la verità vi farà liberi" (Gesù di Nazareth)

 

Il regno della paura della morte è ben prossimo alla fine, e presto inizierà un periodo di conoscenza e certezza che lo scalzerà dalle radici.

 

Per eliminare la paura della morte basta elevare l'argomento su un piano più scientifico, e in tal senso insegnare come si muore.
 

C'è una tecnica del morire, come c'è una tecnica del vivere; ma in Occidente è in gran parte perduta, e anche in Oriente non è ormai conosciuta che da piccoli nuclei di saggi.

 

Il pensiero della necessità di indagare questo argomento resti intanto nella mente di tutti noi che studiando, leggendo, meditando, scopriremo cose interessanti, degne poi da raccogliere e pubblicare.

 

Prima che si concluda il prossimo secolo, la morte, finalmente, sarà intesa come non esistente, almeno nel senso attuale.

 

La continuità di coscienza sarà allora così diffusa e sviluppata, e tanti saranno gli uomini di notevole levatura capaci di vivere simultaneamente nei due mondi, che l'antica paura della morte sparirà, e i rapporti fra i piani fisico e astrale saranno accertati e scientificamente.

Una volta la morte era considerata importante

 

Una volta la morte occupava un posto importante tra le preoccupazioni umane. Non era ancora diventata la cosa anonima, rigettata ed incompresa delle nostre società moderne. Oggi si muore in ospedale, sovente soli ed abbandonati, il lutto non si porta più, i funerali sono svolti quasi sempre in forma strettamente privata.

 

Però, appena un secolo fa, la morte, ben lungi dall'essere esclusa dalla società, era al contrario presente ed integrata nelle nostre società occidentali: ammessa ed accettata come un aspetto, una fase importante della vita dell'essere umano. Molto presto i bambini venivano a contatto con l'esperienza della morte. La potevano osservare sia per la strada che in casa. L'alta mortalità di allora e la promiscuità presente nelle case, costituivano due dei molti fattori che consentivano di avvicinare la morte ed imparare a prendere confidenza con essa.

 

Oggi la morte è diventata un'estranea. Nascosta quando è vicina, banalizzata dai mass media quando è lontana, la morte viene esclusa dalle nostre più importanti preoccupazioni e diventa sempre più una sconosciuta. Così, più la morte è sconosciuta, più sembra un fatto definitivo e più diventa un trauma. Pertanto, oggi occorre riscoprire la morte perché, in questi ultimi decenni, il mondo scientifico ha trattato la morte come un oggetto di studi puramente medici, di psicologia o di statistica e l'ha resa di fatto ancora più inafferrabile e dunque più inquietante.

La morte è solo un intervallo, così come la vita.

 

La verità segreta del mondo è che tutte le cose sussistano per sempre e non muoiano, ma si sottraggano per un po' alla vista e in seguito facciano ritorno. Niente muore; gli uomini si fingono morti e si sottopongono a finti funerali e a dolenti necrologi, mentre loro stanno là, a guardare dalla finestra, belli sani e a posto, in qualche nuova guisa foggiati (Ralph Waldo Emerson).

 

La morte per l'uomo medio rappresenta il cataclisma finale che coinvolge la fine di tutte le relazioni umane e la cessazione di tutta l'attività fisica. Essa gli sembra analoga al lasciare una stanza illuminata e calda, amichevole e familiare, dove i suoi cari sono radunati, per andare fuori nella notte fredda e buia.

 

Purtroppo le persone non sanno, o lo dimenticano, che ogni notte, nelle ore di sonno, esse cessano di essere attive nel piano fisico ed iniziano a vivere e funzionare a un livello del tutto differente. Il fatto che non sono in grado di riportare nella coscienza del cervello materiale il ricordo di quell'uscita, e di ciò che hanno fatto, le fa' dimenticare che hanno già raggiunto una certa facilità nel lasciare il corpo fisico. Questo è il motivo basilare per cui falliscono nel mettere in relazione il sonno con la morte.

 

La morte, dopo tutto, è solo un lungo intervallo in cui non vi è più la tangibile esistenza nel piano fisico; colui che si pensa morto è solo "andato fuori" per un tempo maggiore di quello relativo al sonno ordinario. Comunque il processo del sonno ordinario è assai simile a quello della morte. La sola differenza che distingue questi due fenomeni consiste nel fatto che nel sonno la funicella d'argento (o corrente di energia) lungo la quale passa la forza vitale che collega il corpo materiale con quelli sottili resta collegata, e costituisce il mezzo che, al risveglio, permette di ritornare nel corpo denso.

 

Nella morte questa funicella vitale si spezza ed il ritorno non è più possibile. Quando questo succede il corpo fisico, mancando dei principi di coerenza che lo tenevano insieme, si disintegra.

 

La morte, se solo potessimo rendercene conto, è una delle attività che abbiamo già praticato in tante occasioni. Noi, infatti, siamo morti molte volte e moriremo ancora e poi ancora. La morte è essenzialmente una questione di coscienza; siamo coscienti per un breve periodo sul piano fisico, ed un momento dopo ci ritiriamo su un altro piano dove siamo attivamente coscienti.

 

Fintanto che identifichiamo noi stessi con il nostro corpo, la morte sarà per noi causa di un grande timore: timore le cui origini risalgono nella notte dei tempi. Non appena ci renderemo conto di non essere dei "corpi" ma delle "anime" che abitano nei corpi, ci troveremo pure in grado di focalizzare la nostra coscienza in ogni forma fisica (o piano di esistenza). Saremo pure in grado di focalizzarla in ogni direzione entro la forma di Dio, è non conosceremo più il fenomeno chiamato "morte".

 

Io parlo della morte come uno che conosce l'argomento sia per l'esperienza avuta nel mondo esterno, sia per ciò che concerne la vita interiore. La morte non esiste. Esiste invece l'ingresso in una vita più piena; una vita libera dalle limitazione create dal corpo fisico. Il processo di brutale separazione tanto temuto non ha affatto luogo, se non nel caso di morte improvvisa e violenta. Gli unici fenomeni veramente sgradevoli sono un istantaneo e terribile senso di morte e imminente distruzione, e qualcosa che si avvicina ad un elettroshock. Niente altro.

 

Per i non evoluti, la morte è letteralmente un sonno di oblio, questo perché la mente non è sufficientemente sveglia per reagire e l'area che contiene la memoria è praticamente vuota. Per un onesto ed intelligente cittadino mediamente la morte non è altro che la continuazione della vita in piena coscienza; egli può, nella sua vita nell'aldilà, portare ancora avanti i suoi interessi e le tendenze che aveva durante la vita fisica. La sua coscienza ed il suo senso di consapevolezza sono gli stessi e non si sono alterati. Egli non nota una gran differenza, è ben curato, e spesso ignora addirittura di essere passato attraverso l'episodio della morte".

Perché si teme la morte?

 

Sono certo di essere già stato qui, ora come mille altre volte prima d'ora, e spero di ritornarvi altre mille (Goethe).

 

Per l'uomo medio dotato di raziocinio, la morte è un punto di crisi catastrofica. E la cessazione e la fine di tutto ciò che ha amato, di tutto quanto gli è familiare e che può essere desideralo; è il rovinoso ingresso nell'ignoto, nell'incertezza, e la brusca conclusione di tutti i piani e progetti.

Fondamentalmente i motivi per cui la morte incute paura sono i seguenti:

  • l'ignoranza su chi siamo e i relativi dubbi circa l'immortalità,

  • il terrore che risveglia in noi l'ignoto e l'incomprensibile,

  • il dolore di lasciare i propri cari o perderli per sempre,

  • l'attaccamento al corpo con cui ci si è identificati,

  • l'attaccamento alle cose terrene (denaro, terreni, posizione, ecc.),

  • la reazione, che risale dal subconscio, a una morte violenta sperimentata in una vita passata,

  • errati e terrorizzanti insegnamenti sull'Inferno.

Platone, per evitare che i suoi allievi si attaccassero alle cose terrene, li invitava a fissare la loro attenzione sulle cose del mondo dell'aldilà, vera patria dell'uomo. Molti filosofi che seguirono ripresero questo stesso discorso e, tra essi, anche sant'Agostino.

 

La morte, braccata, non si lascia facilmente delimitare.

 

Ma c'è di più: il fenomeno della morte sfugge completamente alla comprensione scientifica. Il dottor Pauling, chimico di fama internazionale, due volte premio Nobel, scriveva in merito: "La morte non ha niente di naturale, in teoria l'uomo è virtualmente immortale, i suoi organi si rigenerano da loro stessi, l'uomo è una macchina capace di autoripararsi. Tuttavia invecchia e muore senza che si possa dare una spiegazione a questo mistero."

 

Così, da un punto di vista razionale la morte rimane un grande mistero, una sfida irrazionale lanciata alla ragione umana che pretende di fondare la sua felicità sulle risposte che la scienza gli fornisce. Un mistero che tocca ogni essere umano, anche se tende ad eliminarlo dalle sue preoccupazioni quotidiane, ma che comunque dovrà affrontare per fatti come l'annuncio di una malattia incurabile o la morte di una persona cara.

 

Ed è allora che egli s'interroga sul senso reale della sua esistenza. Quale valore può accordare ai beni di questo mondo, a tutto quello che, alcuni momenti prima, ai suoi occhi risultava di un'importanza capitale? Domanda esistenziale alla quale soltanto una filosofia spirituale può apportare una risposta soddisfacente. Infatti, per il materialista che vive esclusivamente per le cose di questo mondo, la morte è la fine, la perdita di tutto. Si comprendere come la morte percepita in questo modo è una cosa che si deve allontanare dalla mente e dimenticare.

 

Per questo Platone insegnava ai suoi discepoli il distacco dai beni terrestri, invitandoli a non essere troppo interessate alle cose di questo mondo mutevole, ma a fissare la loro attenzione sulle cose del mondo dell'aldilà, vera patria dell'uomo. Molti filosofi che seguirono ripresero questo stesso discorso e, tra essi, anche sant'Agostino.

 

La morte rappresenta un episodio traumatico perché... 

 

Fondamentalmente la morte rappresenta un fenomeno traumatico perché la gente è convinta di essere il proprio corpo, mentre il corpo non è che un "vestito di carne" che indossiamo per la durata di una vita. Esso ci è necessario per fare esperienze altrimenti impossibili; una di queste è lo sviluppo dell'Io, ovvero la coscienza individuale.

 

Chi riesce a comprendere che "non" abbiamo un corpo, ma "abbiamo" un corpo, comprende anche che la morte è solo un periodo in cui viviamo nei mondi sottili in attesa di rinascere in un altro corpo fisico per fare altre esperienze nel modo terreno.
Quando finirà questo "entrare ed uscire"?
Quando avremo raggiunto una perfezione tale per cui non avremo più bisogno di un corpo fisico, in quel momento avremo conseguito la resurrezione "dalla carne", non "della carne" come la chiesa ci insegna.

 

Un grave errore grammaticale e filosofico.

Il fatto di "avere" un corpo e di "non essere" il corpo ci viene sottolineato anche dalla grammatica. Per le parti che costituiscono il nostro orologio diciamo infatti: "Questo è il mio cinturino, questa è la mia cassa, queste sono le mie lancette, ecc.". Poi mettiamo tutti i pezzi insieme e diciamo "Questo è il mio orologio". Vi prego di notare che abbiamo sempre utilizzato il verbo avere, non potremmo infatti dire: "Io sono l'orologio", perché avendo usato il verbo avere per tutte le parti lo dobbiamo anche usare per le parti messe insieme.

 

Ed allora perché usiamo il verbo avere per tutte le parti del nostro corpo (io ho la testa, io ho due braccia, ecc.), e poi usiamo il verbo essere per tutte le parti messe insieme (io sono Mario)? Se lo si vuole ammettere questo è un gravissimo errore, sia grammaticale che filosofico.

 

Il primo approccio con la vita dell'aldilà.

Purtroppo l'ignoranza su quello che accade dopo aver deposto il corpo fisico (modo migliore per definire la morte), crea nello spirito del defunto, che si ritrova a vivere nell'aldilà, non poche perplessità. Siccome la sua ignoranza lo portava a credere che la morte fosse "la fine di tutto", risulta ovvio che egli non sia affatto convinto di essere morto.

 

Di solito gli spiriti ci possono vedere ed ascoltare e non riescono a capire perché noi non possiamo vedere loro. Alcuni impiegano anni per comprendere che non rispondiamo alla loro chiamate perché non li possiamo sentire e tantomeno vedere.

Lasciate che i morti...

 

Lasciate che i morti partano tranquillamente verso quei luoghi dove devono andare. I vostri genitori, i vostri amici, non aggrappatevi a loro, non tratteneteli col vostro dolore e la vostra sofferenza, e soprattutto non cercate di chiamarli per comunicare con loro: li importunereste e impedireste loro di liberarsi. Pregate per loro, inviate loro il vostro amore, pensate che si liberino e si elevino sempre più nella luce.

 

Se li amate veramente, sappiate che sarete un giorno con loro. Questa è la verità: là dove è il vostro amore, là un giorno sarete anche voi.

 

Vi è sempre qualcuno disposto ad aiutarci.

Fortunatamente vi sono ad accoglierlo parenti o amici defunti prima di lui, oppure delle anime di trapassati che fungono da guida nel nuovo mondo in cui si trova. Se egli accetta questo aiuto potrà iniziare la sua nuova vita senza problemi, potrà persino, con un esercizio mentale, rimuovere completamente dal suo corpo sottile eventuali malattie o infermità che affliggevano il suo corpo fisico.

 

Il giudizio.

 

Sia le testimonianze di coloro che sono "ritornati", che quelle fornite dagli investigatori nei mondi sottili, concordano sul fatto che lo spirito del defunto deve prendere in considerazione tutta la sua vita e fare un autoesame per valutare ciò che ha fatto e perché lo ha fatto.

 

Nessuno lo giudicherà, ma sarà lui stesso che avrà modo di compiacersi per le azioni fatte dall'amore e provare dispiacere per le sofferenze che il suo egoismo ha causato direttamente o indirettamente. Generalmente questo esame non viene fatto da soli, è infatti presente un Essere di luce, che non rappresenta un giudice, ma una presenza amica e amorevole.

Non sempre gli spiriti progrediscono verso la Luce.

 

Naturalmente la maggioranza degli esseri umani, quando abbandonano la terra, non vengono immediatamente liberati dagli attaccamenti terrestri: rimangono legati ai loro parenti, ai loro amici (oppure anche ai loro nemici!), a luoghi, a possedimenti e, se non sono sufficientemente evoluti, se non hanno ancora nel loro cuore e nella loro anima il desiderio di scoprire altre dimensioni e andare verso Dio, girano attorno a quegli esseri, a quelle case e a quegli oggetti.

 

Sono delle anime erranti che soffrono e che non possono ancora svincolarsi, a meno che degli spiriti luminosi non vengano ad aiutarli. Invece, coloro che già sulla terra sono vissuti nell'amore, nella luce e nelle virtù, abbandonano molto rapidamente il loro corpo fisico e prendono il volo verso mondi sublimi, dove navigano nella felicità e nella gioia.

 

La dottrina della rinascita.

 

Così l'idea della rinascita possiede una più confacente spiegazione della realtà, quella per cui il pensiero indiano riesce a sormontare tante difficoltà che invece mettono in scacco i pensatori d'Europa (Albert Schweitzer).

Se lo spirito è riuscito a proseguire nel suo cammino oltre tomba ed ha terminato il suo giudizio, permane qualche tempo nei mondi invisibili (a volte centinaia di anni), e quindi si accorda con gli Angeli del destino, che custodiscono il registro con tutte le sue vite passate, per stabilire i genitori, il luogo e il momento di nascita, nonché gli eventi maggiori che costituiranno la sua nuova vita terrena.

 

Quindi si prepara a rinascere: un evento molto più drammatico della morte perché, mentre nella morte ci sono persone care che vengono ad accoglierci, nella nascita, non ricordando nulla del passato, ci si trova circondati da estranei, e magari poco simpatici.

 

Siamo schiavi del passato, ma signori del futuro.

Io credo che quando una persona muore l'anima sua alla terra di nuovo torni, ordinata in altra guisa di corpo e carne, Sarà un'altra madre a darvi poi vita. Con membra più salde e più luminosa mente, la vecchia anima riprende allora il cammino (John Masefield).

 

Il fatto di nascere con un "programma prestabilito" potrebbe far pensare che non abbiamo nessuna libertà e farci diventare passivi nei confronti della vita.

 

Noi, invece, siamo perfettamente liberi di reagire alle varie circostanze in un modo oppure nell'altro.

 

Se è vero che siamo schiavi del passato è altrettanto vero che siamo signore del futuro.

 

Reagendo con saggezza ed amore alle vicende della vita ed alle persone che incontreremo, esauriremo il karma (energie dovuta all'insieme di azioni) accumulato nelle vite passate e ci prepareremo per la prossima vita nel migliore dei modi.

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